IL PROBLEMA CATALANO, IL PROBLEMA SPAGNOLO. DAL FRANCHISMO ALLA DEMOCRAZIA1 Carme Molinero, Pere Ysàs L’affermazione «la cuestión de Cataluña es la cuestión de España, es decir la cuestión del Estado español» che Josep Maria Colomer pose al- l’inizio del prologo all’edizione in castigliano della sua opera Espanyo- lisme i catalanisme2 continua a essere utile oggi, contraddicendo la pre- sentazione dei nazionalismi periferici come anomalia di una inequivoca- bile realtà spagnola fatta propria da buona parte dell’opinione pubblica spagnola. Il contenuto e il carattere aperto della Costituzione del 1978 avrebbero potuto sfociare in uno sviluppo di tipo federale che avrebbe diffuso nella popolazione il riconoscimento del carattere plurinazionale della Spagna. Il processo storico non è andato in questa direzione e, dopo trent’anni, il problema catalano ritorna a essere lo specchio in cui si riflettono i con- flitti tra le forze politiche che rifiutano l’idea della Spagna federalizzante contenuta nella Costituzione e quelle altre che esigono quote importanti di autogoverno partendo dalla considerazione della Spagna come «nazio- ne di nazioni». Sia le une come le altre sono diverse tra di loro, ma tra le seconde è cresciuta l’influenza dei settori che mettono in discussione il modello delle autonomie, a causa della capacità che le forze centraliste hanno avuto nel diluire gli aspetti essenziali del modello politico instau- rato con la Costituzione del 1978. Così, dall’inizio del XXI secolo le tesi indipendentiste hanno acquisito una forza inedita. 1. Questo lavoro fa parte del progetto HAR2015-63657-P (MINECO-FEDER). 2. J.Mª. Colomer, Espanyolisme i catalanisme. La idea de nació en el pensament polí- tic català (1939-1979), Barcelona, L’Avenç, 1984. In castigliano, Cataluña como cuestión de estado. La idea de nación en el pensamiento político catalán (1939-1979), Madrid, Tec- nos, 1986, p. 9. Sul problema questo lavoro continua a essere il testo fondamentale. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Carme Molinero, Pere Ysàs D’altro canto la pubblicistica sul rapporto Catalogna-Spagna, uno dei temi più scottanti nella vita politica spagnola, non è capace di superare la tentazione essenzialista e prendere in considerazione la realtà dinamica, in cui convivono processi contrapposti di costruzione nazionale, dialettici e interattivi3. Il franchismo e il “problema catalano” A partire dalla fine del secolo XIX il catalanismo stimolò alcune richie- ste di riconoscimento culturale e di azione politica che misero in discus- sione il modello di Stato-Nazione consolidatosi con la rivoluzione liberale. Il processo fu difficile dato che si produsse in un quadro di conflitti di no- tevole intensità, a volte larvati, ma quasi sempre espliciti. Non furono po- chi gli intellettuali rigenerazionisti spagnoli che videro la Catalogna come possibile capofila nella costruzione di una Spagna moderna4, ma sempre a condizione che la condotta dei suoi dirigenti rimanesse nell’ambito di un unico nazionalismo spagnolo. Ciò non era facile dato che invece le distan- ze politiche e culturali tra la società catalana e quella spagnola in generale andarono aumentando; anche perché nel nazionalismo spagnolo il vecchio patriottismo liberale di stampo civico e democratico era rimasto emargina- to e si erano imposte le correnti che propugnavano un’idea di nazione associata all’essenzialismo castiglianista, conservatore e cattolico5. Nel primo terzo del XX secolo, dapprima la Mancomunitat e, soprat- tutto, l’Estatuto de Autonomía del 1932 implicarono i cambiamenti più significativi nella forma di articolazione dello stato-nazione in Spagna6. L’instaurazione della democrazia repubblicana — che si sviluppava per di più in un quadro di forti rivendicazioni sociali e culturali — da un lato e l’introduzione dall’altro di un modello politico che riconosceva l’auto- nomia regionale, diede ali alle opzioni politiche più antiliberali del nazio- nalismo spagnolo7. 3. X.M. Núñez Seixas, Nacionalismos y regionalismos ante la formación y consolida- ción del Estado autonómico español (1975-1995). Una interpretación, in J. Tusell Gómez (coord.), Historia de la Transición y consolidación democrática, Madrid, UNED, 1995, pp. 427-432. 4. I. Saz, Regeneracionismos y nuevos nacionalismos. El caso español en una pers- pectiva europea, in Id., F. Archilés, Estudios sobre nacionalismo y nación en la España contemporánea, Zaragoza, PUZ, 2011, pp. 67-77. 5. B. de Riquer, Identitats contemporànies: Catalunya i Espanya, Vic, Eumo, 2000, p. 73. 6. F. Archilés, I. Saz, Introducción, in Id. (eds.), Naciones y Estado. La cuestión espa- ñola, Valencia, PUV, 2014, p. 9. 7. J.P. Fusi (dir.), España. Autonomías, Madrid, Espasa Calpe, 1989; J. Beramendi, R. 40 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo La costruzione di un potere politico autonomo in Catalogna durante la Seconda Repubblica divenne un’ossessione per la destra spagnola, e in- sieme un alibi per i dirigenti dell’insurrezione del luglio 1936. Diceva Dionisio Ridruejo che cualquiera que haya vivido la guerra civil sabe que junto a la cuestión reli- giosa, la cuestión del regionalismo, del anti-regionalismo para ser más precisos, fue elemento de numerosa eficacia para anexionar voluntades a la causa econó- mico social que sin duda constituía el fondo del asunto8. I tre problemi: sociale, religioso e territoriale facevano della Catalo- gna uno degli scenari principali. Tuttavia, la propaganda della zona con- trollata dagli insorti non poneva l’accento sull’immagine dei rivoluziona- ri che collettivizzavano la proprietà privata, o su quella di «comecuras», come rappresentazione della repressione patita da membri della Chiesa: l’immagine reiterata era quella del «separatista exaltado». Nella prospet- tiva della comunicazione politica la spiegazione è chiara: le tensioni so- ciali e religiose presenti in Catalogna erano, con intensità maggiore o mi- nore, presenti anche nell’insieme della Spagna e formavano tutte parte della «guerra civil europea», mentre le tensioni a proposito della questio- ne nazionale erano un problema specifico della politica spagnola. La Ca- talogna fu presentata e percepita come “colpevole”: De Cataluña han salido en los últimos cincuenta años todas las rencillas, con- vertidas en odios más tarde; los venenos repartidos después entre las clases humil- des de toda España, que nos han conducido a esta guerra fratricida que está asolan- do a nuestra Patria. Somos los vencedores y como tales entramos en Cataluña9. La «reespañolización cultural de Cataluña» fu l’obiettivo mille volte dichiarato del Nuevo Estado, come indicò Wenceslao González Oliveros, primo governatore civile di Barcellona, che appena giuntovi proclamò che l’avrebbe imposta senza riguardi, poiché il «Caudillo vino aquí en marcha triunfal a vencer, pero no a convencer a los enemigos de Espa- ña»10. È in questo senso che si può spiegare come per ampi settori della società catalana la Catalogna sia stata sconfitta come Paese. È un’affer- mazione contraria all’evidenza storica ma convergente con quell’altra di Maiz (eds.), Los nacionalismos en la España de la II República, Madrid, Siglo XXI, 1991. 8. D. Ridruejo, Escrito en España, Buenos Aires, Losada, 1964, p. 176. 9. “Diario de Burgos”, 9 abril 1938. Citato in B. de Riquer, Una lectura política de la historia, in AA.VV., Actes de les Jornades sobre la fi de la guerra civil, Olot, Patronat d’Estudis Històrics d’Olot i Comarca, 2001, pp. 524-525. 10. Dichiarazioni a “La Vanguardia Española”, 5 agosto 1939. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 41 Carme Molinero, Pere Ysàs tanti “vencidos” di vaste porzioni della Spagna, per i quali l’instaurazio- ne del franchismo significò, oltre a repressione e miseria, «quedarse sin país»11, nel senso che il franchismo si appropriò dell’idea di Spagna, ed essi non potevano identificarsi con la versione dominante. Poiché l’idea della “España Una” era un elemento guida delle politiche franchiste nei confronti della Catalogna, ciò non costituiva un ostacolo a che le diverse correnti presenti nei nuclei dirigenti modificassero in alcuni casi, oscillando con affermazioni contraddittorie in altri, i propri discorsi riguardo alla regione. Significativi in tal senso furono i discorsi pronuncia- ti durante la visita di Franco in Catalogna nel gennaio del 1942. La stampa presentò il suo arrivo a Barcellona come un avvenimento straordinario. Si organizzarono grandi cerimonie, si mobilitarono migliaia di lavoratori sui posti di lavoro, si riempirono le strade di simpatizzanti sinceri e di gente condizionata dalla paura per incorniciare la «incorporación» di Barcellona nella Nuova Spagna, uno degli obiettivi principali della visita12: Pueblo de España: el 26 de enero de 1942 Franco ha roto este frente político como rompió el otro en 1938. — ¡Oh Cataluña querida, caudillo de la bandera nacional de España. Barcelona, ciudad nuestra, querida, adorada, conquistada, desposada con nosotros en este matrimonio para siempre! El frente se ha roto, españoles, pero no como en 1938, contra Cataluña: Se ha roto con Cataluña al frente, una vez más en la Historia. — Pueblo de España: la victoria final y deci- siva de nuestro Movimiento se ve clara: ya baja hasta agujear con luces recién amanecidas ¡Arriba el afán! ¡Cataluña viene con nosotros!13. Nella «Cataluña recuperada para España» ebbero un ruolo attivo intel- lettuali — giornalisti, saggisti, scrittori — che, in gran maggioranza, non avevano condiviso i diversi progetti catalanisti sviluppati negli anni re- pubblicani14. E anche alcuni che avevano condiviso la «falsa ruta»15 cata- 11. Intervista di J.J. Millás a J.L. Rodríguez Zapatero, 2006. Citata in C. Adagio, A. Botti, L’identità divisa: nazione, nazionalità e regioni nella Spagna democratica (1975- 2005), in A. Botti (ed.), Le patrie degli spagnoli. Spagna democratica e questioni nazio- nali (1975-2005), Milano, Bruno Mondadori, 2007, p. 77. 12. Una interpretazione sulla polisemia del viaggio di Franco in Catalogna nel 1942 in C. Molinero, La captación de las masas. Política social y propaganda en el régimen franquista, Madrid, Cátedra, 2005, pp. 55-70. 13. E. Giménez Caballero, «Se ha roto el frente». La estrategia del Caudillo en la guerra, antecedente de su táctica en la paz, “Solidaridad Nacional”, 28 gennaio 1942. Pochi mesi dopo, Ernesto Giménez Caballero raccolse in volume con un enfatico titolo le note del viaggio che fece in Catalogna al seguito di Franco: si veda Id., Ante la tumba del catalanismo: notas de un viaje con Franco a Cataluña, Madrid, Vértice, 1942. 14. Si veda F. Vilanova, Una burgesia sense ànima. El franquisme i la traïció catala- na, Barcelona, Empúries, 2010. 15. F. Valls Taberner, ordinario di storia medievale e membro della Lliga Regionalis- 42 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo lanista aderirono alla “Nueva España”. Dal canto loro le istituzioni locali, occupate in modo significativo da personale politico franchista catalano, diffusero un discorso trionfale in cui si rielaboravano i referenti che do- vevano dar senso alla Catalogna realmente esistente integrata nella “Es- paña Una”16. Tuttavia, in meno di vent’anni, e nonostante la radicalità delle misure adottate, i vecchi problemi che si erano voluti sradicare con una cruenta repressione tornarono a presentarsi. Come era successo con la conflittua- lità sociale e con il movimento operaio, per il franchismo il “problema catalano” rinacque con forza negli anni Sessanta. La rinascita del catalanismo Che ciò accadesse ha un significato speciale, se si tiene presente che nei due decenni che vanno da metà degli anni Cinquanta alla morte di Franco la composizione demografica della società catalana cambiò straordinariamente. L’immigrazione verso la Catalogna, già notevole nel- la seconda metà del decennio del 1940, fu particolarmente intensa negli anni Cinquanta e Sessanta e implicò una sostanziale modifica della com- posizione della popolazione catalana e, ovviamente, della sua identità. Il saldo migratorio positivo del decennio 1950-1960 raggiunse la cifra di 439.861 e nel decennio seguente di 720.480. Sommando i saldi migratori dal 1940 al 1975 ne risulta un totale di 1.663.452, il che implicò il 63% di crescita totale della popolazione17. Nel 1970, quasi il 40% della popola- zione della Catalogna era nato in altre regioni, risaltando il 16,5% del- l’Andalusia18. Agli occhi di alcuni dirigenti franchisti, questo processo avrebbe contribuito in modo naturale alla scomparsa del “problema cata- lano”, con gli immigrati portatori di un’identità spagnola e di lingua ca- stigliana, ma fin dall’inizio degli anni Settanta divenne evidente che tali desideri non si avveravano e si progettarono diverse iniziative per poten- ta, tornato a Barcellona dopo la Guerra civile pubblicò su “La Vanguardia” un articolo che si trasformò in un emblema. In esso affermò che «Cataluña ha llegado en gran parte a ser víctima de su propio extravío. Esta falsa ruta ha sido el nacionalismo catalanista»: Id., La falsa ruta, “La Vanguardia Española”, 15 febrero 1939. 16. C. Santacana, Pensar Cataluña desde el franquismo, in F. Archilés, I. Saz (eds.), Naciones y Estado…, cit., pp. 171-181. 17. La popolazione catalana nel 1940 era di 2.890.974 abitanti e quella del 1975 di 5.534.770. 18. M. Marín (dir.). Memòries del viatge (1940-1975), Sant Adrià del Besòs, Museu d’Història de la Inmigració de Catalunya, 2009. Nel 1940 la percentuale di popolazione catalana nata fuori dalla Catalogna era di poco inferiore al 20%. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 43 Carme Molinero, Pere Ysàs ziare le “casas regionales”, per contemperare l’identità nazionale spagno- la con le identità regionali di provenienza. Così, tra le raccomandazioni finali del rapporto del Consejo Nacional del Movimiento «Defensa de la unidad nacional» del 1971 figurava quella di potenziare «el desarrollo de las Casas y Centros Regionales, en evitación de que también los nacidos en otras tierras sean presa del mesianismo de doctrinas sec- tarias»19. In senso opposto, anche una parte delle correnti catalaniste percepì questa immigrazione come un potenziale problema per l’identità catala- na. Ciò fu rilevabile nel catalanismo cattolico che andava definendosi co- me nazionalista. Questa corrente abbandonò negli anni Sessanta ogni ri- ferimento alla “raza” catalana e fece propri i postulati del liberalismo de- mocratico. Benché il nazionalismo conservatore fosse politicamente op- portunista, esso considerava i diritti linguistici e culturali come diritti na- turali e, da questa prospettiva, la massiccia immigrazione — più la cre- scente influenza del marxismo — era stimata come una minaccia “dena- zionalizzatrice” per la Catalogna. Nulla di questo accadde, in parte significativa per la crescente influen- za della sinistra nella quale il partito dei comunisti catalani, Partit Socia- lista Unificat de Catalunya — PSUC, era il gruppo più importante. In tut- ta la Spagna, il consolidamento del movimento operaio nel decennio dei Sessanta fu associato all’articolazione delle CCOO come movimento so- ciopolitico. A Barcellona si costituirono formalmente il 20 novembre 1964, ma l’elemento più rilevante nella prospettiva di cui ci occupiamo fu la formazione nel 1967 della Comissió Obrera Nacional de Catalunya — CONC —, una struttura che preannunciava l’attenzione che si voleva attribuire al problema nazionale. Cipriano García, un dirigente comunista di origine manchega, difese con particolare impegno la necessità di impe- dire la divisione della classe operaia catalana secondo la propria origine geografica. Per lui l’attivismo operaio era parte di un progetto globale che doveva ottenere l’uscita dei lavoratori dalla subalternità. I militanti del PSUC ebbero una presenza numerica sufficiente nelle CCOO — in cui operavano attivisti di diverse organizzazioni e, soprattutto, lavoratori senza militanza politica — per far sì che le CCOO catalane si definissero come un movimento di classe e nazionale, il che implicava che la riven- dicazione catalanista apparisse come una rivendicazione peculiare del 19. Archivo General de la Administración, d’ora in avanti AGA, Presidencia, Consejo Nacional del Movimiento, Defensa de la unidad nacional, 1971, c. 9929. Tale questione è presa in esame in P. Ysàs, Construcción democrática y construcción nacional en Catalu- ña, in I. Saz, F. Archilés, La nación de los españoles. Discursos y prácticas del nacionali- smo español en la época contemporánea, Valencia, PUV, 2012, pp. 341-360. 44 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo nuovo movimento operaio e non estranea a esso. Questo fatto assunse importanza a medio termine, giacché produsse sinergie ed empatia con altri settori della società civile catalana antifranchista distanti dal movi- mento operaio. È possibile che non si possa spiegare la capacità di mobi- litazione dell’azione unitaria in Catalogna se non si considera che il mo- vimento operaio vi partecipò in pieno e, nel contempo, che esso veniva percepito dal resto della società catalana antifranchista come una parte costituente essenziale del tessuto sociale. D’altro canto, in quegli anni anche le proposte marxiste riguardo la “cuestión nacional” divennero egemoniche. Esse estesero l’impiego del termine “nazionalità”, termine che fino ad allora era stato utilizzato per designare una nazione priva di alcuni degli elementi richiesti per essere pienamente nazione e che passò in quegli anni a riferirsi soprattutto alle collettività con caratteri di tipo nazionale prive di uno stato indipendente. La corrente marxista concordava con altre tendenze catalaniste sull’im- portanza della lingua e della cultura nell’identità catalana, ma dava parti- colare rilievo all’ambito politico, alla «nación política», nella formula sintetica di José Antonio González Casanova. Nel seno della corrente marxista prese forza la considerazione che la volontà di autogoverno ri- chiedeva che ci si ponesse il problema dello Stato20. Jordi Solé Tura in- dicò che ciò che crea la nazione o la nazionalità, attivando e unificando la realtà sociale, economica e culturale preesistente non è il «nazionalismo» ma sono i progetti politici esistenti in una società, nel seno della quale in- teragiscono fattori diversi21. In tal modo, a partire dagli anni Sessanta in Catalogna prese forza una nuova concezione dell’idea di Spagna, definita come il risultato di una coscienza di solidarietà di alcuni popoli plurali e diversi e di una volontà collettiva di convivenza in un quadro politico istituzionale comunemente accettato. Jordi Solé Tura sintetizzò nel 1976 i punti chiave del catalani- smo di sinistra. Uno tra coloro che sarebbero poi divenuti padri costituen- ti argomentava che, nonostante le diversità dei progetti politici catalani- sti, tutti avevano tenuto presente lo Stato centralista, ragion per cui: La estabilización y la potenciación de sus rasgos nacionales [catalanes] solo serán posibles cuando se consiga resolver la cuestión del poder. La solución pasa por la transformación profunda de la estructuración centralista y burocrática del Estado español y por la creación de un marco político suficientemente descentra- lizado — como por ejemplo el marco federal — para que el sistema de valores 20. J.M. Colomer, Cataluña como cuestión…, cit., pp. 278-279. 21. Si veda J. Solé Tura, Autonomíes, Federalisme, Autodeterminació, Barcelona, Laia, 1987, particolarmente pp. 38-56. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 45 Carme Molinero, Pere Ysàs que define el bloque de clases catalán se encuentre reflejado y potenciado por el Estado en el que se encuentra inscrito22. Questo insieme di impostazioni teoriche fu parallelo a un processo di unità dell’antifranchismo catalano che aveva avuto inizio con la forma- zione della Taula Rodona nel 1966, era continuato con la creazione della Comissió Coordinadora de Forces Polítiques de Catalunya nel 1968 e che culminò con la costituzione dell’Assemblea de Catalunya nel novembre del 197123. L’importanza dell’Assemblea si basava sul fatto che, grazie all’impulso dei partiti — in grande maggioranza di sinistra — e delle CCOO, raggruppava un ampio spettro politico che arrivava sino alla de- mocrazia cristiana e che in breve tempo riunì nel proprio seno un’ampia rappresentanza di movimenti sociali e collettivi professionali e civici che si articolavano attorno a quattro punti programmatici, sintetizzati nello slogan «Libertad, Amnistía, Estatuto de Autonomía»: 1. L’ottenimento dell’amnistia generale per i prigionieri ed esiliati politici. 2. L’esercizio delle libertà democratiche fondamentali: libertà di riunione, di espres- sione, di associazione — compresa quella sindacale —, di manifestazione e dirit- to di sciopero, che garantiscano l’accesso effettivo del popolo al potere economi- co e politico. 3. Il ristabilimento provvisorio delle istituzioni e dei principi stabili- ti nello Statuto del 1932, come espressione concreta di queste libertà in Catalogna e come via per giungere al pieno esercizio del diritto di autodeterminazione. 4. Il coordinamento di tutti i popoli della Penisola nella lotta per la democrazia. Questi punti esprimevano, da un lato, l’associazione tra democrazia e autonomia e, dall’altro, tendevano a riflettere i progetti di “democrazia politica e sociale” e di progresso verso il socialismo che formavano parte dei programmi di comunisti e socialisti, e di formulazioni socializzanti presenti anche in altre forze politiche. In questo senso è rivelatore il rife- rimento all’«accesso effettivo del popolo al potere economico e politico». Ugualmente significativo è il riferimento al coordinamento di tutti i po- poli peninsulari. I rapporti fra la Catalogna e l’insieme della Spagna che propugnavano le forze motrici dell’Assemblea pretendevano di consoli- dare la libertà e l’autogoverno della Catalogna in un nuovo progetto di Stato24, coinvolgendo i rappresentanti dell’Assemblea nell’impulso del movimento democratico nell’insieme spagnolo. 22. J. Solé Tura, La qüestió de l’estat i el concepte de nacionalitat, in “Taula de Can- vi”, 1976, n. 1. Tutti i testi scritti in catalano sono stati tradotti in castigliano (NdA). 23. Si veda J.Mª. Colomer, L’Assemblea de Catalunya, Barcelona, L’Avenç, 1976; A. Batista, J. Playà Maset, La gran conspiració. Crònica de l’Assemblea de Catalunya, Bar- celona, Empúries, 1991. 24. J. Lorés, La Transició a Catalunya (1977-1984), Barcelona, Empúries, 1985, p. 30. 46 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo Tenuto conto di quanto detto sopra, è evidente che il “problema cata- lano” tornava a proporsi con forza alla preoccupazione del regime dalla metà degli anni Sessanta. Di più, l’attitudine ottusamente repressiva che la dittatura franchista insisteva ad adottare nei confronti della lingua e dei simboli dell’identità catalana25, insieme all’imposizione dei principi più escludenti del nazionalismo spagnolo, continuavano a favorire le reazioni di riaffermazione. Per questo, nelle discussioni del rivitalizzato Consejo Nacional del Movimiento26 si dedicò grande attenzione al tema del «re- gionalismo» in Catalogna e nei Paesi Baschi. Per analizzare il problema, il Consejo Nacional commissionò numerosi rapporti a diverse personalità affini al regime, alcune delle quali senza militanza politica nella FET y de las JONS27. Gli atti delle riunioni tenutesi nel 1966 dimostrano che i consiglieri erano coscienti delle sfide derivanti dalla questione, per cui il problema fondamentale che si presentava loro era fino a che punto si po- tesse giungere nel riconoscimento di ciò che si denominava la «diversità regionale». La lettura degli atti consente di constatare qualcosa di molto significa- tivo — come ad esempio il fatto che in quelle riunioni si manifestò niti- damente la distanza tra le posizioni difese dai dirigenti politici «de la ca- pital» e coloro che si definivano come «españoles que vivimos en la peri- feria», come disse il consigliere di Guipúzcoa Javier Domínguez Marro- quín, potendosi stabilire un rapporto abbastanza diretto tra la posizione politica riguardo al regionalismo e la provenienza geografica. Di tutto questo erano coscienti i principali dirigenti presenti alle riunioni, ma i di- battiti non ebbero conseguenze politiche poiché nel governo le posizioni 25. Si applica la definizione di nazionalizzazione di recente impiegata da Justo Bera- mendi: «En general llamamos nacionalización a la construcción social de la nación, es de- cir, al proceso por el cual una sociedad dada va asumiendo que es nación hasta quedar ‘nacionalizada’ en una proporción suficiente para que la nación pase de ser una teoriza- ción o el referente ideológico que guía la acción política de una minoría a constituirse en una identidad colectiva masiva que no por ‘imaginada’ deja de ser menos real en muchos planos de las instituciones, la política, la sociedad y hasta la vida cotidiana de los indivi- duos»: Id., La variabilidad de la nación, in Mª.J. González, J. Ugarte (eds.), Juan Pablo Fusi. El historiador y su tiempo, Madrid, Taurus, 2016, p. 173. 26. Il Consejo Nacional del Movimiento era nato come l’organismo superiore del par- tito unico FET e delle JONS, benché non abbia mai avuto poteri esecutivi e sia sempre stato subordinato al Jefe Nacional e presidente del Consiglio, Franco. Il Consejo era co- stituito dai dirigenti nazionali del partito e da consiglieri designati da Franco tra alte cari- che dello Stato e militanti del partito, «en atención a sus méritos y servicios excepciona- les», e costituì, al momento della formazione del primo Consejo nell’ottobre del 1937, il primo organo collegiale del regime. 27. Per un’analisi dei documenti riguardanti la Catalogna si veda C. Santacana, El franquisme i els catalans. Els informes del Consejo Nacional del Movimiento (1962- 1971), Catarroja, Afers, 2000. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 47 Carme Molinero, Pere Ysàs erano pressoché unanimi in senso contrario a qualsiasi politica di decen- tramento e, ancor più, all’ammissione di qualsiasi segno d’identità paral- lela a quella spagnola, oltre a quelle puramente folcloristiche28. Il massi- mo ammesso — e che anzi venne incentivato negli anni Sessanta — fu un “regionalismo bien entendido”, promosso da una parte del personale politico franchista in Catalogna, tra cui si distinse il sindaco di Barcello- na José María de Porcioles29, che rappresentava una miscela di regionali- smo di sentimento catalano e di nazionalcattolicesimo catalano30. Parallelamente, gli stessi interventi nel Consejo Nacional del Movi- miento riflettevano il fatto che, tuttavia, le proposte franchiste non aveva- no alcuna eco e che, in buona misura, la società catalana viveva sempre di più — per quanto le era possibile — al margine del regime. In questo senso, non è senza significato il ridotto prestigio sociale e la scarsa rap- presentatività del personale politico franchista in Catalogna31. A differen- za di ciò che era abituale nella maggior parte della Spagna, in Catalogna e, soprattutto a Barcellona, durante gli anni Sessanta e Settanta, gli orga- nismi ufficiali rappresentanti lo Stato nelle province erano occupati da persone provenienti da altre regioni di Spagna con scarsa capacità di rap- porto con le élites catalane, per cui la loro rappresentatività potenziale era bassa. La presenza catalana tra le più alte cariche dell’amministrazione periferica dello Stato — governi civili, delegazioni ministeriali — era scarsa e, d’altro canto, i dirigenti foranei non riuscivano a integrarsi nella società civile, in cui avevano maggior peso i settori antifranchisti o, come minimo, a-franchisti32. Gli stessi rapporti ufficiali, e quelli che circolavano nelle istituzioni, constatavano che alla morte di Franco «la sociedad catalana se está orga- nizando a todos los niveles y al margen de los esquemas oficiales»33. Sal- 28. Si può verificare l’interesse dei documenti e dei dibattiti del Consejo Nacional del Movimiento in C. Molinero, P. Ysàs, La anatomía del franquismo. De la supervivencia a la agonía, 1945-1977, Barcelona, Crítica, 2008. 29. M. Marín, Catalanisme, clientelisme i franquisme. Josep Maria de Porcioles, Barcelona, Base, 2005. 30. M. Marín, El regionalisme instrumental: franquisme i catalanisme entre el tardo- franquisme i la Transició, in Transformacions: literatura i canvi sociocultural dels anys setanta ençà, Valencia, Publicacions de la Universitat de València, 2010. 31. Con l’eccezione di J.A. Samaranch, presidente della Diputación di Barcellona dal 1973, e avendo in quello stesso anno terminato il suo mandato J.Mª. de Porcioles, le auto- rità autoctone avevano un assai scarso significato politico o sociale: B. de Riquer, La Ca- talunya autonómica, 1975-2003, Barcelona, Edicions 62, 2003, pp. 76-77. 32. C. Molinero, P. Ysàs, La cuestión catalana. Cataluña en la transición española, Barcelona, Crítica, 2014, p. 46. 33. Archivo de la Diputació de Barcelona, d’ora in avanti ADB, E-115, exp. 10, Do- cumento senza firma né intestazione, marzo 1976. 48 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo vador Sánchez-Terán, giungendo a Barcellona nel gennaio del 1976 come governatore civile, percepì rapidamente che la visione di ciò ch’era pos- sibile e desiderabile per l’instaurazione di una democrazia in Spagna era diversa a Madrid e a Barcellona, e che le differenze essenziali avevano a che fare con le posizioni egemoni nella società civile: secondo il gover- natore, oltre alla minore identificazione della borghesia catalana con il franchismo e alla constatazione dell’importante presenza sociale e politi- ca comunista in Catalogna, c’era un terzo fattore che influenzava la scena politica: «el pacto político que de hecho existía entre el catalanismo y los partidos obreros»34, che stava dando vita alla società civile dalla metà de- gli anni Sessanta. In definitiva, per il franchismo, il “problema catalano” non fece altro che accentuarsi nel decennio dei Settanta. Così, giunta già al crepuscolo della dittatura, una parte dei suoi dirigenti politici era cosciente che esso sarebbe stato la pietra di paragone del processo politico futuro. Benché la classe governativa non avesse opinioni precise sulla situazione catalana e sottovalutasse, con gradazioni diverse, la vita politica di Barcellona, la necessità di preparare il futuro fece sì che alcuni dirigenti dedicassero una certa attenzione alla Ciudad Condal. Tale fu il caso di Manuel Fraga, che riuscì a organizzare un gruppo di collaboratori, guidato da Manuel Milián e dal banchiere Josep María Santacreu35. Benché la regionalizzazione fosse sempre stata un punto di disaccordo tra l’ex ministro e parte dei suoi seguaci in Catalogna, nel di- cembre del 1975 giunse ad affermare a Barcellona che la Spagna doveva confrontarsi con riforme indifferibili tra cui risaltava con particolare for- za quella delle regioni, poiché «es necesario reconocer de una vez que so- mos una nación multiregional y pluricultural, con todas las ventajas y to- dos los problemas que ello comporta»36. La dichiarazione venne interpre- tata come un’apertura al riconoscimento delle basi del catalanismo. Pochi giorni dopo Fraga divenne ministro de la Gobernación (ministro dell’Interno Ndt) e vicepresidente del Consiglio nel governo presieduto, come l’ultimo di Franco, da Carlos Arias Navarro. Fraga, iniziando il suo percorso da ministro, scrisse di avere tre priorità: «mantener el orden», «plantear las bases para la reforma del sistema constitucional» e «acome- ter el problema tradicional de la estructura territorial del Estado»37. Da qui l’urgenza di trovare una formula che generasse aspettative e nello stesso 34. S. Sánchez-Terán, De Franco a la Generalitat, Barcelona, Planeta, 1988, p. 65. 35. Sulla traiettoria del fraguismo a Barcellona fino al 1976 si veda J.B. Culla, La dreta espanyola a Catalunya, 1975-2008, Barcelona, La Campana, 2009, cap. 1. 36. Señor Fraga: el país tiene que enfrentarse con una serie de reformas inaplaza- bles, “La Vanguardia”, 6 dicembre 1975. 37. M. Fraga, En busca del tiempo servido, Barcelona, Planeta, 1987, p. 29. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 49 Carme Molinero, Pere Ysàs tempo — come scrisse Laureano López Rodó — «encauzar el movimien- to catalanista y evitar que degenerara en separatismo», giacché per il poli- tico catalano «la situación de Cataluña había que tomarla en serio»38. Negli ambienti ufficiali molti condividevano questa preoccupazione. José María de Areilza si rendeva conto che la distanza politica tra Madrid e Barcellona comportava rischi per il futuro, «no porque de ahí se deriven afanes de ruptura nacional» ma perché significa que algo ha funcionado irremisiblemente mal en estas décadas y que el tratamiento del problema catalán por la política de Madrid ha sido una acumulación de dislates. El simplismo, aliado a un falso concepto unitario de pa- triotismo, ha logrado este increíble resultado por parte de quienes en 1939 profe- tizaban para un breve plazo una solución definitiva del tema catalán y de su na- cionalismo específico39. A partire da queste riflessioni si progettò una politica di avvicinamen- to alla Catalogna. Già nel febbraio del 1976 — due mesi dopo l’incorona- zione — i sovrani Juan Carlos e Sofía vi fecero una visita durante la qua- le il capo dello Stato pronunciò un discorso parzialmente in catalano, convertendo l’uso della lingua catalana — il fattore con il maggior conte- nuto simbolico per il catalanismo — nell’elemento più importante della visita; non per caso e come ricordarono i giornali, Alfonso XIII nel 1904 si era impegnato a parlare catalano nelle sue successive visite a Barcello- na e non lo fece mai. D’altro canto, la visita del capo dello Stato conferi- va maggior solennità alla decisione del governo di creare una Commis- sione che studiasse un regime speciale per le quattro province catalane: misura che faceva parte dell’insieme di iniziative che furono sviluppate dalle istituzioni franchiste, che si presentavano come lo sviluppo di poli- tiche precedenti ma che, in realtà, miravano a neutralizzare la mobilita- zione catalana a favore dell’autogoverno con la promessa della «implan- tación de un régimen administrativo especial que permita en un próximo futuro institucionalizar la región catalana»40. L’intervento di Manuel Fraga durante la presentazione della Commis- sione riflette le contraddizioni, i timori e i limiti del suo progetto: Hablemos claro: aquí hay, en los trabajos de esta Comisión, una ocasión seria para arreglar lo que haya de arreglarse. Sepamos aprovechar esta ocasión y hagá- 38. L. López Rodó, Claves de la Transición. Memorias IV, Barcelona, Plaza & Janés, 1993, pp. 205-206. 39. J.Mª. de Areilza, Cuadernos de la Transición, Barcelona, Planeta, 1983, p. 154. 40. Decreto 405/1976 del 20 febbraio. Si presentò come sviluppo della Ley de Bases del Estatuto de Régimen Local. 50 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo moslo recordando todo lo que no debe olvidarse. Ya sabemos qué cosas llevan en nuestro país a la guerra civil: cuáles provocan de forma inevitable, la justificada intervención del Ejército, cuando se pone en peligro la unidad sagrada de Espa- ña. Más claro aún: no puede haber en España más que un poder político: el del Estado español, del que todos formamos parte; ni puede admitirse más que una soberanía en lo interior como en lo exterior: la de la nación española41. La Commissione iniziò i propri lavori nell’aprile del 1976. In quei mesi la mobilitazione sociale stava divenendo straordinaria. Pochi giorni prima della visita reale c’erano state a Barcellona importanti manifesta- zioni promosse dall’Assemblea de Catalunya. Quelle del 1º e dell’8 feb- braio a favore dell’amnistia misero in evidenza che il loro slogan «Lliber- tat, Amnistia, Estatut d’Autonomia» era capace di mobilitare politica- mente settori molto diversi e, al loro interno, l’opposizione riscuoteva un’ampia eco politica. Indubbiamente la morte di Franco e le aspettative di mutamento — alimentate anche dalle stesse dichiarazioni governative riformiste — avevano ampliato la disponibilità alla mobilitazione in set- tori relativamente diversi della popolazione, che avevano vinto la paura della repressione poliziesca. In ogni modo, la presenza di strati sociali in- termedi offriva all’opposizione una composizione interclassista di ampio spettro e coesione, sinergie che non possedeva in altre regioni spagnole. La stampa europea attribuì grande importanza a quelle mobilitazioni e ri- mase colpita dalle loro caratteristiche. “Le Monde” le descrisse come «el desafío catalán»: a pesar del riguroso despliegue policial, y contando con la complicidad de la población, sesenta mil catalanes han desafiado el Gobierno de Madrid. Su éxito es más que impresionante y revelador. Non si trattava di un fenomeno effimero, giacché «Cataluña ha plan- teado después de cuarenta años formidables problemas de orden al régi- men franquista»42. In definitiva, non è possibile analizzare il “problema catalano” nella seconda metà del XX secolo come questione marginale alla storia delle politiche franchiste. Come hanno indicato Carmelo Adagio e Alfonso Botti, la durata del franchismo, più che essere un puro dato quantitativo, assume dimensione qualitativa per la comprensione della storia spagnola 41. ADB, E-115, exp. 10, Discurso de Manuel Fraga Iribarne, Carta al Vicepresiden- te para Asuntos del Interior y Ministro de la Gobernación al abrir los trabajos de la Co- misión para el estudio de un régimen administrativo especial para Cataluña, Barcellona, aprile 1976. 42. Le défi catalan, “Le Monde”, 10 febbraio 1976. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 51 Carme Molinero, Pere Ysàs del XX secolo. Né il fascismo italiano né il nazismo tedesco ebbero la possibilità di influire così profondamente su almeno due generazioni co- me avvenne in Spagna43. Tuttavia se il nazionalismo spagnolo escludente si rafforzò, nel contempo la dittatura franchista fu un potente catalizzato- re dei sentimenti nazionali non spagnolisti e i progetti politici per la de- mocrazia che si andarono delineando previdero la strutturazione dello Stato democratico tenendo conto della richiesta di autonomia di naziona- lità e regioni, soprattutto delle nazionalità storiche — che erano cardini delle forze antifranchiste — ma anche nel seno delle organizzazioni della sinistra di ambito spagnolo. Benché la sensibilità nei confronti della necessità di riconoscere le di- verse identità politiche e culturali esistenti in Spagna fosse molto diversa per intensità e caratteristiche, le organizzazioni della sinistra ritennero che democrazia e autonomia delle nazionalità fossero due facce della stessa medaglia. Il PCE, data la tradizione leninista sul tema e con l’in- fluenza del PSUC, difese in modo chiaro la realtà plurinazionale della Spagna. Dal canto suo, nel settore socialista crebbero nuclei distinti con una ben definita identità territoriale che nel 1974 costituivano una parte significativa della Conferencia Socialista Ibérica. Nel PSOE personalità come Anselmo Carretero propugnavano l’idea della Spagna come «na- ción de naciones»44. L’introduzione della rivendicazione dell’autonomia per «nazionalità e regioni», nei programmi delle successive piattaforme unitarie dell’oppo- sizione antifranchista in tutta la Spagna — Junta Democrática, Platafor- ma de Convergencia, Coordinación Democrática, Plataforma de Organis- mos Democráticos e Comisión de los Nueve —, così come nei program- mi delle principali formazioni politiche di ambito spagnolo che altresì ri- chiedevano il riconoscimento della Generalitat e dello Statuto del 1932, fu la manifestazione più chiara dell’importanza che avevano acquisito le rivendicazioni a proposito dell’autogoverno nell’ambito antifranchista. Questo farsi carico delle richieste di autonomia da parte dell’opposi- zione spagnola obbligò il governo a sondare Josep Tarradellas, presidente della Generalitat in esilio, che nel corso del 1976 aveva conservato un rapporto piuttosto teso con i partiti catalani. Nel novembre di quell’anno Adolfo Suárez mandò il tenente colonnello Andrés Cassinello, capo del 43. C. Adagio, A. Botti, op. cit., p. 71. 44. Una sintesi della posizione di questi partiti in C. Molinero, La oposición al fran- quismo y la cuestión nacional, in J. Moreno Luzón (ed.), Izquierdas y nacionalismo en la España contemporánea, Madrid, Editorial Pablo Iglesias, 2011, pp. 235-255. Carmelo Adagio e Alfonso Botti ricordano la figura dimenticata di Anselmo Carretero come espo- nente di un’idea di Spagna non unitarista ma al contempo nazionale: si vedano C. Adagio, A. Botti, op. cit., pp. 12-16. 52 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo Servizio di informazioni della presidenza del Consiglio, a saggiare le sue intenzioni. Tarradellas fu esplicito nella difesa dell’istituzione che presie- deva e del proprio ruolo come legittimo interlocutore in nome della Cata- logna e, allo stesso tempo, diede la propria disponibilità a riconoscere la monarchia e l’unità della Spagna. Egli approfittava dello spazio simboli- co in cui lo aveva collocato l’opposizione catalana come depositario della legittimità storica della Generalitat per cercare di rafforzare un proprio ruolo preminente tra le forze catalane. Il governo era al corrente delle tensioni tra i settori nazionalisti, che in seno al Consell de Forces Polítiques de Catalunya rappresentavano la parte più moderata, e quelli di sinistra, che legavano l’ottenimento del- l’autogoverno al cambio “rupturista” in Spagna. I primi si appoggiarono alla figura di Tarradellas per difendere la propria posizione di distanza dall’opposizione spagnola, e la sinistra, che ottenne che la propria posi- zione continuasse a essere maggioritaria in seno all’Assemblea de Cata- lunya, sostenne che i partiti e le istanze unitarie catalane dovevano tra- sformarsi in promotori attivi dell’unità dell’opposizione spagnola per ac- celerare in tal modo il processo di rottura. La figura di Jordi Pujol si col- locò nel mezzo, anche se ebbe un ruolo di cerniera con propensione verso i settori opposti alla sinistra ma, giunto il momento fondamentale dopo il referendum del dicembre 1976, si schierò per influenzare la politica uni- taria dell’opposizione spagnola. Come decenni prima, il problema catala- no era il problema spagnolo, ossia il problema dello Stato spagnolo. La restaurazione della Generalitat Le elezioni generali del 15 giugno 1977 collocarono in modo catego- rico il “problema catalano” al centro dell’agenda politica spagnola. In ef- fetti, la doppia vittoria della sinistra socialista e comunista, da un lato45, e del catalanismo, dall’altro, provocò una notevole preoccupazione nel go- verno. Secondo Salvador Sánchez-Terán, «la victoria socialista y la im- portante votación comunista» parevano «configurar un ‘país catalán rojo’, lo que resultaba muy inquietante para la burguesía catalana y para 45. La coalizione Socialistes de Catalunya ottenne il 28,4% dei voti, seguita dal PSUC, il partito dei comunisti catalani, con il 18,2%. La coalizione nazionalista Pacte Democràtic per Catalunya ottenne il terzo posto con il 16,8% dei suffragi. Unió del Cen- tre i de la Democracia Cristiana ebbe il 5,6% dei voti e la coalizione Esquerra de Cata- lunya, della quale faceva parte Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), il 4,5%. L’in- sieme dei partiti e coalizioni che ottennero rappresentanza parlamentare, nei programmi dei quali figuravano le rivendicazioni basilari dell’Assemblea de Catalunya, totalizzò il 75% dei voti. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 53 Carme Molinero, Pere Ysàs el Gobierno de Madrid»46. Questi giunse alla conclusione che doveva as- sumere l’iniziativa politica, e per di più in fretta, giacché deputati e sena- tori catalani costituirono un’Assemblea di parlamentari che approvò al- l’unanimità, quindi anche con il voto affermativo dei membri della UCD e dell’unico deputato di Alianza Popular, una dichiarazione a favore del «restablecimiento de los principios e instituciones configurados en el Es- tatuto de Autonomía de 1932». La dichiarazione esigeva altresì il ritorno del presidente della Generalitat in esilio, Josep Tarradellas, anche se que- sta richiesta non ebbe il voto di AP. Però, come riferì Sánchez-Terán, la preoccupazione per i risultati del- le elezioni in Catalogna non si manifestò solo nel governo, ma anche nel- le formazioni politiche nazionaliste e nelle élites economiche. Così, l’ex governatore, e futuro negoziatore per la parte governativa del ristabili- mento della Generalitat, diede notizia della nota che gli aveva inviato «una destacada personalidad catalana», mettendo in guardia sulle conse- guenze imprevedibili di uno Statuto «administrado por socialistas y co- munistas, mayoritariamente inmigrantes a mayor abundamiento». Com- mentò altresì un’intervista con Jordi Pujol, tenutasi il 21 giugno, nella quale il dirigente nazionalista, dopo aver offerto la propria collaborazione al governo, gli chiese «que la concesión de la autonomía no se realice a través de los socialistas y comunistas (PSC-PSOE y PSUC), aunque éstos sean los partidos mayoritarios después de las elecciones», argomentando che «si la autonomía llega a través de ellos, habrá mayoría de izquierdas durante muchos años en Cataluña, y esto debe evitarse». Inoltre, Pujol proponeva «una solución de reconocimiento de la institución de la Gene- ralitat aunque no tenga contenido ni atribuciones hasta que las Cortes aprueben la ley de autonomía»47. Così, dunque, il timore del consolidamento di una sinistra inequivoca- bilmente catalanista per quanto non nazionalista, condusse la coalizione guidata da Pujol a ricercare l’aiuto del governo e a offrirgli la propria collaborazione. Data la situazione politica catalana, il vicepresidente del Consiglio, Alfonso Osorio, propose di riprendere immediatamente contatto con Tar- radellas48. Secondo Sánchez-Terán, il governo si rendeva conto che pre- sto o tardi la Generalitat avrebbe dovuto essere ristabilita, ma avrebbe preferito negoziare con Carles Sentís, il camaleontico giornalista che ave- va capeggiato la lista dell’UCD a Barcellona, o con Jordi Pujol, ma i ri- sultati elettorali rendevano inevitabile che l’interlocutore fosse il dirigen- te socialista Joan Reventós. Così, 46. S. Sánchez-Terán, op. cit., p. 255. 47. Ivi, pp. 279-280. 48. M. Ortínez, Una vida entre burgesos. Memòries, Barcelona, Edicions 62, 1993, p. 15. 54 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo ante la alternativa Reventós o Tarradellas, es cuando en la Presidencia del Gobierno comienzan a considerarse con seriedad las posibilidades de retorno del exiliado presidente49. Per parte sua, Jordi Pujol afferma nelle sue memorie, tacendo sul pro- prio ruolo, che Adolfo Suárez supo leer los resultados [electorales]. Si, como todas las fuerzas políticas ca- talanas pedíamos, la Generalitat finalmente se debía restaurar, su presidente sería Joan Reventós. Y entonces, para evitar un Frente Popular en Cataluña, Suárez llamó a Tarradellas, el ‘Viejo’, y, por eso mismo moderado Tarradellas50. Il presidente dall’esilio accettò immediatamente l’invito a trasferirsi a Madrid per incontrarsi con il presidente del Consiglio. Il 27 giugno nella capitale spagnola si riunì con Adolfo Suárez, con altri membri del gover- no, con i dirigenti delle principali formazioni e con il re Juan Carlos. Ma Tarradellas non fu un interlocutore così accomodante come il governo si aspettava, rifiutando di accettare qualsiasi proposta che non prevedesse il riconoscimento della sua condizione di presidente della Generalitat e il suo ritorno in Catalogna come tale. Respinse con fermezza le diverse op- zioni presentate dal governo per stabilire una formula provvisoria di au- tonomia, come una Mancomunidad di deputazioni. Tuttavia, gli interlo- cutori di Tarradellas poterono anche avere la conferma che egli accettava senza riserve l’unità della Spagna e la monarchia, e che si sarebbe adatta- to a presiedere una Generalitat con poteri limitati una volta che fosse tor- nato in Catalogna come presidente dell’istituzione. Il comunicato che diede conto delle conversazioni tra il presidente del Consiglio e «el honorable don Josep Tarradellas»51 affermava che ci si era occupati della situazione politica catalana e delle possibili soluzioni, «para dotar a Cataluña de la necesaria autonomía en el marco de las insti- tuciones históricas acomodadas al tiempo presente». Il regime definitivo di autonomia avrebbe dovuto essere fissato dal Parlamento spagnolo, ma se había tratado en las conversaciones la necesidad de constituir, en el marco de la vida local, una fórmula transitoria que, apoyada en la legalidad vigente, permita ir avanzando en la solución, desde ahora, de la voluntad de recuperar las instituciones seculares del pueblo catalán. 49. S. Sánchez-Terán, op. cit., pp. 284-286. 50. J. Pujol, Memòries. Història d’una convicció (1930-1980), Barcelona, Proa, 2010, p. 318. 51. Il governo rifiutò al momento di riconoscere Tarradellas come presidente della Generalitat, ma accettò di riservargli il trattamento protocollare dovuto alla carica. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 55 Carme Molinero, Pere Ysàs La «institución representativa de Cataluña» avrebbe assunto compe- tenze attribuite alle deputazioni o allo Stato, il che avrebbe consentito — e qui compariva il punto fondamentale dell’accordo, oggetto di negoziato fino all’ultimo momento — di «restaurar la Generalidad como represen- tante legal y reglamentar el régimen transitorio de la misma». Nell’ulti- mo punto del comunicato si affermava che se precisó por parte del presidente del Gobierno, en lo que mostró su conformi- dad el honorable señor Tarradellas, que las autonomías deben ofrecerse a todas las regiones españolas, sin que las formas concretas de las mismas hayan de ser unifor- mes, pues, en todo caso, han de respetarse las peculiaridades sociológicas e histó- ricas de todos los pueblos españoles, dentro de la irrenunciable unidad de España52. I dirigenti dei partiti catalani furono informati del viaggio di Tarradel- las quando egli già era a Madrid, il che li mise in una situazione scomo- da, scalzati dall’interlocuzione con il governo e obbligati a dare al presi- dente esiliato un appoggio quasi incondizionato, almeno in questo primo momento. Ma subito vennero alla luce rilevanti divergenze fra Tarradel- las e i partiti, che avrebbero dato luogo a episodi di notevole tensione che in diverse occasioni giunsero a paralizzare il progresso dei negoziati. Tar- radellas, come aveva ripetuto nei mesi precedenti, si considerava l’unica voce autorizzata a negoziare e pattuire con il governo in nome della Cata- logna, anche se dopo le elezioni non poteva emarginare i parlamentari che incarnavano la legittimità democratica. Costoro dovettero accettare il ruolo di interlocutore che il governo aveva concesso al presidente esilia- to, ma non rinunciarono a esercitare la funzione che i cittadini avevano loro affidato, prendendo parte attiva al negoziato e difendendo ciò che fi- gurava nei loro rispettivi programmi. I negoziati durarono sino alla fine di settembre. Le posizioni iniziali del governo e dei partiti erano molto distanti. I gruppi politici volevano progredire il più possibile verso l’acquisizione del massimo possibile di autogoverno, mentre per Tarradellas l’essenziale era il riconoscimento della presidenza della Generalitat e la formazione di un Consejo Ejecuti- vo sottoposto alla sua autorità. La posizione iniziale del governo Suárez non andava oltre l’accettazione di una Generalitat con soltanto le funzio- ni di una Mancomunidad di deputazioni, e si schierò con Tarradellas quando costui rifiutò di avere nell’istituzione restaurata funzioni rappre- sentative delegando quelle esecutive, contrariamente a ciò che egli stesso aveva affermato in precedenti occasioni53. 52. S. Sánchez-Terán, op. cit., pp. 286-287. 53. J. Amat, Els laberints de la llibertat. Vida de Ramon Trias Fargas, Barcelona, La Magrana, 2009, p. 262. 56 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo Nel momento finale dei negoziati, si celebrò la Diada Nacional dell’11 settembre, con centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade di Barcellona. Una buona dimostrazione dell’impatto della manifestazione sono le parole del negoziatore governativo, Sánchez-Terán. La manifestación fue verdaderamente impresionante y demostró ante toda España y ante el mundo la realidad política de Cataluña: la adhesión abrumado- ramente mayoritaria de los catalanes a las instituciones que son expresión de su personalidad histórica54. Secondo Carles Sentís, la massiccia manifestazione ebbe un esito fa- vorevole per tutti i principali attori politici: per i partiti, dimostrando la loro capacità di appello alle masse; per Tarradellas, poiché il suo ritorno venne preteso dai manifestanti; e per Suárez, poiché «le daba fuerza de cara a las reticencias que el proceso de autonomía de Cataluña levantaba entre los sectores militares», che secondo il leader della UCD catalana «bien mirado era la única cosa que daba miedo a Suárez»55. L’accordo finale comportò concessioni da tutte e tre le parti. Il gover- no dovette cedere molto di più di quel che mai avesse pensato di dover fare, compresa l’accettazione del ruolo dei parlamentari nell’istituzione ripristinata e un Consiglio esecutivo con maggioranza delle sinistre e pre- senza comunista. Tarradellas dovette accettare di presiedere un Consiglio assolutamente non subordinato alla sua autorità e al quale in alcuni casi avrebbe dovuto sottomettersi. I partiti, dal canto loro, non ottennero che si istituzionalizzasse l’Assemblea dei parlamentari, benché fosse garanti- ta la presenza nel Consiglio esecutivo dei dirigenti delle formazioni prin- cipali e che la nomina dei consiglieri si facesse d’accordo con i deputati e i senatori, che avrebbero per di più dovuto essere informati e consultati periodicamente56. In definitiva, il ristabilimento della Generalitat costi- tuiva un buon esempio di un processo di cambiamento che non obbediva a un disegno precostituito e nel quale, viceversa, si confrontarono proget- ti diversi che diedero luogo ad accordi condizionati dai rapporti di forza. È di particolare rilievo il discorso di Adolfo Suárez, dopo l’arrivo di Tarradellas a Barcellona il 23 ottobre, sintetizzando la posizione del go- verno sul “problema catalano” e rispondendo nel contempo alle critiche formulate dalle posizioni più conservatrici al ristabilimento della Gene- ralitat. Per Suárez, l’«hecho catalán» era in definitiva 54. S. Sánchez-Terán, op. cit., p. 304. 55. C. Sentís, I de sobte, Tarradellas, Barcelona, La Campana, 2002, p. 114. 56. Il testo integrale dell’accordo del 28 settembre in S. Sánchez-Terán, op. cit., pp. 309-310. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 57 Carme Molinero, Pere Ysàs el hecho de un pueblo con personalidad propia y perfectamente definida, el hecho de una comunidad resultante de un proceso histórico que le confirió carác- ter y naturaleza propia dentro de la armonía de la unidad de España. Per la prima volta desde hace siglos, el hecho catalán se aborda desde el Gobierno de la Monar- quía y desde Cataluña, sin pasiones, sin enfrentamientos, sin violencias, sin plantear a priori hechos consumados ni acciones de fuerza. Il ristabilimento della Generalitat significava «la victoria de un pue- blo», e il ritorno del suo presidente «una operación de Estado que servirá para consolidar el proceso de democratización de la vida española». L’autonomia non significava «romper la unidad de España, ni del Estado español», ma era al contrario «un fenómeno de profundo sentido político que puede y debe superar el carácter centralista y uniforme de la organi- zación de nuestra vida política». Per il presidente del Consiglio, l’autono- mia presupponeva «la responsabilidad y la capacidad de un pueblo para autogobernarse en las materias que determine la Constitución». Ma, antes de llegar a la Constitución, hemos querido dar respuesta a los deseos de Cataluña. Y al hacerlo no prejuzgamos más que la realidad de su existencia y de sus factores diferenciales. Prejuzgar esa realidad y esos factores es algo tan in- discutible y justo que cualquier constitución que no lo hiciera causaría un grave perjuicio para España57. In definitiva, Suárez espresse il riconoscimento dell’esistenza di una comunità con una ben definita identità con solide radici storiche, cosa sempre difficile da accettare da parte di una porzione non trascurabile della società spagnola. La “Costituzione dei catalani” e lo Statuto di Autonomia La commissione scelta dal Parlamento per elaborare l’abbozzo di Co- stituzione era formata da tre parlamentari dell’UCD — Miguel Herrero de Miñón, José Pedro Pérez Llorca e Gabriel Cisneros —, dal socialista Gregorio Peces-Barba, dal deputato del PSUC Jordi Solé Tura, da Ma- nuel Fraga che rappresentava AP e da Miquel Roca Junyent, deputato del CDC. Due erano i catalanisti tra i sette commissari, uno che rappresenta- 57. Intervento del presidente del Consiglio durante la cerimonia dell’entrata in carica di Tarradellas in “La Vanguardia”, 25 ottobre 1977. Il corsivo è nostro. 58 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo va il gruppo parlamentare comunista e l’altro i nazionalisti catalani e ba- schi, ed ebbero entrambi un ruolo molto importante. Inoltre, collaboraro- no con Gregorio Peces-Barba il deputato del PSC-PSOE Eduardo Martín Toval e il costituzionalista José Antonio González Casanova. I primi articoli della Costituzione e tutto il Titolo VIII erano il nucleo essenziale per esplicitare il riconoscimento della Catalogna in una nuova comunità spagnola e per garantirle la propria autonomia politica. L’arti- colo 1 stabilì al comma 2 che «la soberanía nacional reside en el pueblo español, del que emanan todos los poderes del Estado»58. I gruppi catala- ni non si opposero a questa formulazione, ossia non misero in discussio- ne il fatto che la sovranità risiedesse nella comunità politica costituita dall’insieme dei cittadini spagnoli. Solo il deputato dell’ERC, il suo se- gretario generale Heribert Barrera, appoggiò l’emendamento di Francisco Letamendia, di Euskadiko Ezkerra, che propose che la sovranità risiedes- se «en los pueblos» dello Stato spagnolo, affermando tuttavia di non met- tere in questione l’unità della Spagna ma che solamente si doveva ricono- scere l’esistenza di una sovranità originaria dei diversi popoli. Il deputato dell’ERC fu anche l’unico dei deputati catalani che appoggiò l’emenda- mento di Letamendia a favore del riconoscimento del diritto di autodeter- minazione e di un procedimento per l’eventuale futura separazione di una comunità autonoma59. I principali gruppi politici catalani si opposero a questo emendamento. Ramon Trias Fargas, portavoce del gruppo parla- mentare Minoría Catalana formato dai deputati nazionalisti, volle affer- mare ben chiaramente che «nosotros ya nos hemos autodeterminado», che il suo gruppo optava inequivocabilmente per ottenere uno statuto di autonomia nel quadro della Costituzione che si stava elaborando e che ri- fiutava il separatismo. Analoga posizione assunsero il gruppo parlamen- tare Socialistas de Cataluña e il gruppo comunista60. Il secondo articolo del testo costituzionale fu uno di quelli che pro- vocò il maggior dibattito, sia all’interno come fuori dal Parlamento, così come una notevole tensione e pressioni da diversi settori della società. Il testo del progetto preliminare stabiliva che 58. I socialisti proposero un emendamento con un testo alternativo: «La soberanía re- side en el pueblo, del que emanan todos los poderes del Estado español». Tutto il proces- so di elaborazione della Carta Magna in Constitución Española. Trabajos parlamenta- rios, 4 voll., Madrid, Cortes Generales, 1980. 59. Il procedimento era molto esigente, giacché per la separazione richiedeva il voto favorevole della maggioranza assoluta degli iscritti nelle liste elettorali di ogni provincia della Comunità autonoma. 60. Constitución Española…, cit., vol. II, Sesión plenaria del Congreso del 21 de julio de 1978, pp. 2527-2536. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 59 Carme Molinero, Pere Ysàs la Constitución se fundamenta en la unidad de España y la solidaridad entre sus pueblos y reconoce el derecho a la autonomía de las nacionalidades y regio- nes que la integran. L’introduzione del termine «nacionalidades» fu respinta frontalmente dai settori più conservatori61. Per Alianza Popular, nazione e nazionalità a- vevano lo stesso significato, per cui questo concetto era da eliminarsi da- to che in Spagna, in parole di Manuel Fraga, non esisteva «más nación que la española», poiché una nazione era costituita solamente dalla somma de un territorio compacto, de tradición cultural común y con proyección uni- versal; una organización política global, probada por siglos de Historia. Egli negava, quindi, il riconoscimento di altre identità nazionali, affer- mando che «no bastaba una particularidad lingüística, étnica o admini- strativa» per essere una nazione. Per AP, il testo dell’articolo metteva in discussione e minacciava l’unità della Spagna62. Lo stesso concetto essenzialista di nazione, benché applicato alla Ca- talogna o al País Vasco, e con la stessa incompatibilità con altre identità, venne difeso dal deputato di ERC e dai nazionalisti baschi, per i quali la Spagna non era una nazione, ma solo uno Stato. Secondo Barrera, e sem- pre senza mettere in discussione l’unità dello Stato, se «España compren- de todo el actual territorio del Estado, España no es una nación», giacché per lui era «un Estado formado por un conjunto de naciones». Ma ciò non significava che «la mayoría de los catalanes seamos separatistas, que queramos destruir el Estado español», consolidato da secoli di storia, giacché farne parte era «perfectamente compatible con nuestros senti- mientos y nuestras aspiraciones de catalanes»63. L’inclusione del termine «nacionalidades» fu difesa praticamente dal- la totalità dei partiti catalanisti, dal PNV e dalle principali formazioni po- litiche di ambito statale, insieme alla concezione della Spagna come una «nazione di nazioni», una formula eterodossa ma probabilmente più ade- rente alla diversità delle identità esistenti nella società spagnola. Per i pri- mi, il termine «nacionalidades» comportava il riconoscimento della per- sonalità nazionale della Catalogna; secondo Miquel Roca, significava ammettere che la Spagna era uno Stato plurinazionale64, sebbene accet- tando che la Spagna non era soltanto uno Stato, ma una «nazione di na- 61. C. Molinero, P. Ysàs, La cuestión catalana…, cit., pp. 219-250. 62. Constitución Española…, cit., vol. I, Sesión de la Comisión de Asuntos Constitu- cionales y Libertades Públicas del Congreso del 5 de mayo de 1978, pp. 652-653. 63. Ivi, pp. 693-695. 64. Intervista a Miquel Roca in “Cuadernos para el Diálogo”, gennaio 1978, n. 326. 60 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo zioni» e che la sovranità risiedeva nell’insieme della cittadinanza spagno- la. Per Roca, la grande sfida del processo costituente era costruire «una nación española compatible con dicha realidad plurinacional»65. Per Gre- gorio Peces-Barba, l’inclusione del concetto di «nacionalidades» respondía a la realidad de que España era una Nación de naciones — al fin y al cabo la nacionalidad no es sino sinónimo de nación — y de regiones diferenciadas. Il che non implicava, a partire da una «torcida aplicación del principio romántico de que cada nación tiene derecho a ser un estado independien- te», di mettere in discussione l’esistenza di «una única soberanía residen- te en el pueblo español»66. Jordi Solé Tura, da parte sua, argomentò che l’articolo 2 significava una nuova definizione della Spagna come nazione e inoltre stabiliva la «base conceptual del Estado de las Autonomías». Per il dirigente del PSUC e rappresentante comunista, si presentava la possi- bilità «que la unidad de España se pudiese conciliar con la realidad mul- tiforme de diversas nacionalidades y regiones»67. La posizione della UCD in questo dibattito fu molto più confusa, in parte per le molteplici pressioni ricevute dai settori più conservatori e an- che per le diverse posizioni nel proprio seno. Il portavoce parlamentare Rafael Arias-Salgado, rivolgendosi specialmente ad AP e ai settori più ostili all’articolo 2, precisò che il termine «nacionalidades» implicava el reconocimiento de la existencia de formaciones socio-históricas a las que se confiere un derecho a la autonomía, cuyo límite de principio infranqueable re- side precisamente en la soberanía de la unidad política que las comprende68. Nel primo congresso dell’UCD, tenutosi nell’ottobre del 1978, si pre- cisò il senso che si attribuiva al termine «nacionalidades»: significa un mayor y más intenso sentido de la autoidentificación, de una am- plia conciencia del hecho diferencial, detectable por lo general por el sentimien- to reivindicativo y restitutorio de instituciones propias, por la existencia de una cultura y de una lengua de la Comunidad69. 65. Constitución Española…, cit., vol. I, Sesión de la Comisión de Asuntos Constitu- cionales y Libertades Públicas del 12 de mayo de 1978, pp. 816-817. 66. G. Peces-Barba, La elaboración de la Constitución de 1978, Madrid, Centro de Estudios Constitucionales, 1988. 67. J. Solé Tura, Nacionalidades y nacionalismos en España. Autonomías, federalis- mo, autodeterminación, Madrid, Alianza, 1985, p. 97. 68. Constitución Española…, cit., vol. I, Sesión de la Comisión de Asuntos Constitu- cionales y Libertades Públicas del 12 de mayo de 1978, pp. 808-811. 69. Unión del Centro Democrático, Documento Ideológico de UCD, 1978. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 61 Carme Molinero, Pere Ysàs Nel dibattito parlamentare l’UCD formulò altre argomentazioni: per Arias-Salgado, la libertà e la democrazia erano inattuabili, se non si offriva una satisfacción racional a las reivindicaciones de aquellos colectivos, algu- nos de ellos cuantitativamente y cualitativamente importantes, que desean afir- mar su identidad con el recurso al vocablo ‘nacionalidad’. D’altra parte era necessario che la Costituzione fosse accettata dalla grande maggioranza della cittadinanza: un testo respinto o scarsamente votato in Catalogna sarebbe nato con un «delicado vicio de origen aun cuando fuese mayoritariamente aprobado en el resto de España»70. Il testo dell’articolo 2 che venne alfine votato enfatizzava le allusioni all’unità, ma manteneva il termine71, il che provocò il permanere del ri- fiuto di AP che finì per far sì che, insieme all’opposizione al Titolo VIII, nella votazione finale del testo costituzionale una parte dei suoi deputati votasse contro la Costituzione, un’altra si astenesse e quella che votò a favore lo facesse annunciando che l’avrebbe modificata appena lo potes- se. Per Jordi Solé Tura, questo articolo era «una verdadera síntesis de to- das las contradicciones existentes en el período constituyente». In esso coesistevano la concepción de España como una nación única e indivisible y la concepción de España como un conjunto articulado de pueblos diversos, de nacionalidades históricamente formadas y de regiones. Le due concezioni si fondevano per servire di base no ya al Estado centralista tradicionalmente vinculado al concepto de nación única, sino a un Estado de las Autonomías que debe superar las viejas y anquilo- sadas estructuras del centralismo72. Il Titolo VIII nel suo insieme fu anch’esso oggetto di un intenso dibat- tito che mostrò la contrapposizione di due modelli di organizzazione ter- ritoriale. I partiti catalanisti e il PNV volevano garantirsi che la Costitu- zione permettesse la massima autonomia politica, mentre i principali par- titi statali, pur con notevoli differenze tra loro, puntavano anch’essi su un 70. Constitución Española…, cit., vol. I, Sesión de la Comisión de Asuntos Constitu- cionales y Libertades Públicas del 12 de mayo de 1978, pp. 808-811. 71. Il testo dell’articolo in questione dice: «La Constitución se fundamenta en la indi- soluble unidad de la Nación española, patria común e indivisible de todos los españoles, y reconoce y garantiza el derecho a la autonomía de las nacionalidades y regiones que la in- tegran y la solidaridad entre todas ellas». 72. J. Solé Tura, Nacionalidades y nacionalismos en España…, cit., pp. 100-101. 62 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo modello che stabilisse istituzioni di autogoverno, per la sinistra comuni- sta e socialista di carattere federale. Da parte sua AP si batté per un’auto- nomia minima e un semplice decentramento amministrativo, consideran- do che un’autonomia reale di nazionalità e regioni avrebbe significato la rottura dell’unità della Spagna. In aggiunta impiegò argomenti di caratte- re funzionale per negare l’attribuzione alle future comunità autonome di competenze importanti. L’emendamento di tutta AP all’insieme del Titolo VIII fu respinto da una schiacciante maggioranza della Camera in seduta plenaria, dopo un drammatico intervento di Manuel Fraga in cui, insi- stendo sul fatto che si metteva a rischio la «unidad nacional española y el Estado», per riuscire a convincere i deputati, e pensando «en la madre España a quien me debo», voleva «tener la voz de Demóstenes, la inteli- gencia de Cicerón, la capacidad de convicción de Vicente Ferrer, la ele- gancia sublime de Castelar, la candidez de un apóstol. Porque estamos hablando de la Patria inmortal»73. Indubbiamente il Titolo VIII aveva notevoli difetti. Secondo Peces- Barba fu il titolo che «más trabajo nos produjo y el que exigió equilibrios más delicados de toda la Constitución»74. Per Solé Tura era disordinato e alcuni dei problemi fondamentali, come la distribuzione delle competen- ze tra le amministrazioni, erano risolti male. La spiegazione delle disfun- zioni era chiara: ningún otro Título de la Constitución se elaboró en medio de tantos intereses contrapuestos, de tantas reservas y, en definitiva, de tantos obstáculos. El con- senso peligró en muchas ocasiones, pero en ninguna como en el caso de las au- tonomías75. Ciò nonostante, la valutazione complessiva della Costituzione da parte dei dirigenti delle principali formazioni politiche catalane fu inequivoca- bilmente positiva. Per Joan Reventós, la Costituzione accoglieva la con- cezione dei socialisti catalani sulla «estructura del Estado español y sobre el derecho a la autonomía de las nacionalidades y regiones que integran España», fondando «un Estado común de todos los españoles, basado a su vez en la autonomía política de todos sus pueblos unidos por la solidaridad y no por la fuerza de un poder represor o explotador». Per Jordi Pujol, la Costituzione poteva chiamarsi la Costituzione delle autonomie76. 73. Constitución Española…, cit., vol. III, Sesión Plenaria del Congreso de los Dipu- tados del 18 de julio de 1978, pp. 2366-2371. 74. G. Peces-Barba, op. cit., p. 191. 75. J. Solé Tura, Nacionalidades y nacionalismos en España…, cit., p. 89. 76. Constitución Española…, cit., vol. III, Sesión Plenaria del Congreso de los Dipu- tados del 18 de julio de 1978, pp. 2557-2563. “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 63 Carme Molinero, Pere Ysàs Poco prima che si tenesse il referendum sulla Costituzione, il presi- dente Tarradellas e tutti i consiglieri della Generalitat fecero un appello perché si votasse in modo affermativo, sottolineando che la Constitución elaborada por las primeras Cortes democráticas elegidas en España después de tantos años de dictadura — representaba — el marco que per- mite el Estatuto de Cataluña y una amplia y sólida autonomía. La Costituzione rappresentava altresì il consolidamento della demo- crazia, era «la mejor garantía de convivencia», poneva fine a «los trági- cos enfrentamientos» e apriva «una nueva era para todo nuestro pue- blo»77. In conformità con queste valutazioni, la partecipazione al referen- dum e il voto affermativo per la Costituzione furono più elevati in Cata- logna che nel resto di Spagna78. Quindici mesi dopo venne approvato, sempre con un referendum, lo Statuto di Autonomia della Catalogna. Elaborato parallelamente al testo costituzionale, il progetto di Statuto, frutto dell’accordo di socialisti, co- munisti, nazionalisti e centristi, fu approvato dall’Assemblea dei parla- mentari con una sola astensione, quella del senatore nazionalista indipen- dente Lluis M. Xirinacs. Il negoziato sullo Statuto a Madrid fu duro, ma finalmente il testo venne approvato dalla Comisión de Asuntos Constitu- cionales del Congreso, con l’unico voto contrario dell’ultradestro Blas Piñar e l’astensione del dirigente andalusista Alejandro Rojas Marcos. Da parte della delegazione parlamentare catalana si registrò soltanto l’asten- sione di Heribert Barrera79. L’intervento di Joan Reventós così espresse il livello di soddisfazione per l’accordo: En Cataluña han existido en el pasado dos gritos que parecían antagónicos, con poquísimas excepciones: ‘Viva España’ y ‘Visca Catalunya’. El primero ha signi- ficado la dominación política, genocidio cultural, intereses plutocráticos, vejacio- nes y tiranía, mientras el segundo ha sido un grito de resistencia […] un grito de combate por el propio ser, por la libertad y, por tanto un grito de esperanza. Hoy estamos viviendo una de esas situaciones históricas excepcionales que esperamos tengan norma a partir de ahora; una situación en la que ‘viva España’ quiere decir democracia, libertad; y aquí la novedad de hoy: autonomía para Ca- taluña. De esta nueva situación no es difícil distinguir la nueva y profunda signi- 77. Dichiarazione del Consiglio esecutivo della Generalitat di Catalogna, 20 novem- bre 1978. 78. La partecipazione catalana fu del 68% degli elettori iscritti e il voto affermativo del 90,5%. Nell’insieme della Spagna la partecipazione fu del 67,7% e il voto affermativo l’87,8%. 79. Nella votazione di ratifica nella sessione plenaria del Congreso tenutasi il 29 no- vembre, solamente Blas Piñar votò contro lo Statuto e si astennero i deputati di AP. 64 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo ficación de la palabra España. Por ello hoy y aquí quiero gritar por primera vez y sin contradicción: ‘Viva Cataluña’, ‘Visca Espanya’80. Lo Statuto fu approvato nel referendum del 25 ottobre 1979 con il vo- to affermativo del 88,15% dei votanti, e con una partecipazione — infe- riore a quella delle precedenti elezioni generali, del 59,7% del corpo elet- torale. Esso definiva la Catalogna come «nazionalità», stabiliva le istituzioni di autogoverno, dichiarava la lingua catalana «lengua propia», ufficiale uni- tamente al castigliano, e stabiliva un vasto elenco di competenze esclusive della Generalitat e di altre condivise in forme diverse con l’amministra- zione centrale. La valutazione dello Statuto del 1979 in confronto a quello del 1932 fu oggetto di controversia politica ma, con l’eccezione dell’ERC, i principali partiti si trovarono d’accordo nel considerarlo in molti aspetti come uno strumento migliore per l’esercizio dell’autogoverno, conclusio- ne condivisa in linea generale dagli studi accademici posteriori81. Alla fine del processo di transizione dalla dittatura franchista alla de- mocrazia, il “problema catalano” sembrava risolto nella nuova cornice costituzionale e statutaria. Indipendentemente da divergenze e conflitti di competenza tra la Generalitat e l’amministrazione centrale, durante tre decenni l’autogoverno catalano si consolidò raggiungendo livelli inediti nella storia contemporanea spagnola. D’altra parte, il livello di soddisfa- zione della cittadinanza catalana si mantenne notevolmente alto, come certificavano i sondaggi, e la messa in discussione dell’ordine costituzio- nale e statutario fu assolutamente minoritaria. Ciò nonostante, dalla metà del primo decennio del XXI secolo e specialmente dal 2012, il “problema catalano” occupa di nuovo una posizione centrale nel dibattito politico spagnolo. Concluderemo questo articolo con una breve esposizione dei multipli fattori, alcuni relativamente vicini, altri più distanti, che sono ve- nuti strutturando una situazione particolarmente complessa. Il risultato delle elezioni al Parlamento di Catalogna celebrate nel marzo del 1980 fu diverso da quello delle precedenti elezioni generali e amministrative82. Convergència i Unió, ricollocata nel centro-destra, ot- 80. Comisión Constitucional. Sesión extraordinaria del 13 de agosto de 1979, nel vo- lume IV, documents/3, di J. Sobrequés e S. Riera, L’Estatut d’Autonomia de Catalunya. Bases documentals per a l’estudi del procés polític d’elaboració de l’Estatut d’Autono- mia de 1979, Barcelona, Edicions 62, pp. 1515-1517. 81. J. Botella, 1932 i 1979: comparació de dos estatuts, in C. Molinero, P. Ysàs, De la dictadura a la democracia, 1960-1980, volume XI di Història. Política, Societat i Cultu- ra del Països Catalans, Barcelona, Enciclopèdia Catalana, 1998. 82. Per tre decenni, nelle successive elezioni generali e amministrative in Catalogna la sinistra ottenne sempre un’ampia maggioranza in confronto alla maggioranza naziona- “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 65 Carme Molinero, Pere Ysàs tenne il primo posto e, con l’appoggio simultaneo di UCD e dell’ERC, Jordi Pujol fu eletto presidente della Generalitat83. Dal governo della Ge- neralitat, CiU diresse il dispiegamento dello Statuto mediante un pro- gramma e un discorso nazionalista e conservatore, presentando la sinistra socialista e comunista come forze «sucursalistas», ossia dipendenti da «Madrid»84, e con una combinazione di possibilismo e di confronto dia- lettico con il governo centrale che gli fruttò cospicui ritorni elettorali, pur finendo con il procurare anche il deteriorarsi dell’immagine della Catalo- gna nel resto di Spagna85. D’altro canto le elezioni generali del 1982 significarono l’inizio della fine della UCD e la trasformazione di AP, partito estraneo a una parte es- senziale del consenso costituzionale, nella forza strutturante della destra, fatto che avrebbe avuto conseguenze importantissime per la vita politica spagnola nei decenni successivi. Da parte sua il PSOE, installato solida- mente al governo per quasi tre lustri, mostrò una chiara determinazione a sviluppare lo Stato autonomista ma, nel contempo, uno scarso assorbi- mento della nuova idea della Spagna come «nazione di nazioni». Inoltre, una parte dei suoi dirigenti sviluppò un discorso sull’«eguaglianza degli spagnoli» — riferita curiosamente solamente ai territori, ma non alle classi sociali —, che con il passar del tempo si estese notevolmente nella società spagnola e che, in ultima analisi, metteva in discussione proprio il concetto di autonomia di «nazionalità e regioni». Le elezioni generali del 1993 terminarono con un nuovo fiasco di AP, già trasformatasi nel Partido Popular, ma anche con un indebolimento del PSOE, e portarono a un accordo parlamentare tra questi e CiU. In questo contesto, il PP disseppellì l’anticatalanismo come arma politica contro il PSOE, denunciando concessioni intollerabili dei socialisti al nazionali- smo catalano. Dopo la breve parentesi in cui il PP ebbe bisogno dell’ap- poggio parlamentare di CiU (1996-2000), esso tornò all’uso strumentale dell’anticatalanismo, ove fece spicco la campagna contro lo Statuto del lista nel Parlamento di Catalogna, cosa che in parte si spiega per il maggior astensioni- smo. 83. CiU ebbe il 27,6% dei voti, il PSC il 22,3%, il PSUC il 18,7%, UCD il 10,5% e ERC il 8,9%. ERC non esitò ad accordarsi con la destra nonostante la propria autocollo- cazione a sinistra. 84. Nel linguaggio nazionalista, «Madrid» equivale a un ente che comprende il gover- no, l’amministrazione centrale dello Stato, i partiti statali, ecc. 85. P. Ysàs, Cataluña, treinta años de autonomía, in J.P. Fusi, G. Gómez-Ferrer (coords.), La España de las Autonomías. Historia de España Menéndez Pidal, XLIII, I, Madrid, Espasa Calpe, 2007; P. Lo Cascio, Nacionalisme i autogovern. Catalunya, 1980- 2003, Valencia, Afers, 2008; A. Dowling, La reconstrucció nacional de Catalunya 1939- 2012, Barcelona, Pasado & Presente, 2013. 66 “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 Il problema catalano, il problema spagnolo 2006 — nella cui elaborazione ebbero la meglio tatticismi di breve respi- ro nel comportamento di tutti gli attori — inizialmente diretta contro il governo socialista, ma alimentata da uno stantio nazionalismo spagnoli- sta che una parte importante della società catalana avvertì come un attac- co frontale. Dal ritorno al potere nel 2012, e approfittando della crisi economica, il PP ha governato sulle posizioni di AP nel 1978, ossia secondo la parti- colare concezione del proprio voto al Titolo VIII della Costituzione più che secondo il testo costituzionale. D’altro canto, una parte del catalani- smo, quella nazionalista, ha optato per un progetto indipendentista, senza poter contare su un’ampia e solida maggioranza sociale e senza prendere in considerazione la pluralità di identità esistenti nella società catalana, in una dinamica di fuga in avanti di assai incerta conclusione. Risulta evidente che, attualmente, sia le proposte come le attitudini della maggioranza degli attori assomiglino assai poco a quelle che resero possibile la soluzione raggiunta quasi quattro decenni orsono, e ciò può sfociare in una risoluzione traumatica — sia per la società catalana sia per quella spagnola nel suo insieme — del “problema catalano”, indisso- lubilmente unito al “problema spagnolo”. (Traduzione di Vittorio Scotti Douglas) “Spagna contemporanea”, 2016, n. 50, pp. 39-67 67 HISTORIA DEL PRESENTE N. 27, año 6, 2016 El franquismo. Imagen y política exterior Enrique Moradiellos García, La sombra de Franco es alargada: notas sobre el 40 aniversario de la muerte del caudillo Misael Arturo López Zapico, Antonio César Moreno Cantano, Imágenes de odio y miedo: ¡Así eran los rojos! Una exposición anticomunista en la España franquista (1943) Álvaro Jimena Millán, “Hay que hacerla con sangre asiática”: Franco y la política exterior española ante la Guerra de Corea Guy Setton, Raanan Rein, La diplomacia franquista y los judíos, 1956-1975: la preferencia por el judaísmo diaspórico Angel Viñas, Las Fuerzas Armadas franquistas desde una percepción exterior. El giro histórico de la Unión Militar Democrática (UMD) Ana Camacho, El “Caso Bassiri”, trabas a la investigación de un desapare- cido del franquismo en el Sáhara español Egohistoria Cesare Panizza, La dimensión internacional del movimiento comunista. Entrevista a Aldo Agosti Debate José Antonio Castellanos López, Manuel Ortiz Heras, Cabos sueltos y lagunas pendientes la transición y sus lecturas recientes Miscelánea Eduardo González Calleja, La violencia que cesa María del Carmen Giménez Muñoz, La política sanitaria socialista durante el período de Ernest Lluch (1982-1986) Juan Carlos Collado Jiménez, Desplazados y evacuados de Madrid a Alicante durante el primer año y medio de la Guerra (1936-1937) Asociación Historiadores del Presente, UNED, Historia Contemporánea/CIHDE, Senda del Rey, 7, 28040 Madrid, España; e-mail: historiadelpresente@yahoo.es; www.historiadelpresente.com