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La parola che salva : per un ritratto di Dante filosofo del linguaggio
Ciccuto, Marcello (Università di Pisa)

Data: 2013
Resum: In questo saggio si discutono alcuni elementi relativi all’immagine di Dante filosofo del linguaggio, impegnato nel passaggio della sua scrittura da un’implicazione in valori terrestri e umani a significazioni di alta speculazione teologica. Si analizzano quindi, percorrendo criticamente luoghi specifici così del poema come dei tre canti ventiseiesimi delle cantiche, i modi con cui il poeta punta alla riconquista dell’ordo originalis del dire biblico e teologico. Sono i luoghi nei quali Dante mostra di voler rovesciare il rifiuto già platonico della poesia (per il suo dubbio rapporto con la verità) puntando a fare del volgare invece proprio la lingua del sapere filosofico, all’interno del cui sensus literalis traspaiono gli universali. Siamo in presenza di un gigantesco fenomeno di passaggio da una parola umana a una parola ‘divina’: dentro di esso l’individualità storica e materiale della prima viene comunque salvaguardata, ai fini della realizzazione di quello che possiamo definire il primo esempio di realismo metafisico. Per questo si studia il confrontarsi dantesco con l’intera tradizione poetica ‘terrestre’ precedente e coeva, sino al modello di Arnaut che rappresenterebbe l’additamento poetico di una via salvationis che prende le mosse dall’umano «andar lacrimando » per procedere verso una lingua che parla «quasi come per se stessa mossa», che accoglie in sé gli universali e viene proposta quindi come la lingua di un nuovo Adamo. L’intero universo sensibile perciò è fatto parlare attraverso la nuova lingua del sacrato poema (nei canti XXIII-XXVI paradisiaci), ora definitivamente consolidata sul modello della scrittura testamentaria da sempre affidata al credere e non più al vedere.
Resum: In this essay I discuss some topics about the image of Dante as language philosopher who was concerned with a shifting of his writing from earthly and human values to signifiers of high theological speculation. So I analyze, by tracing critically some specific topics of the poem (together with the three twenty-sixth canti) the ways in which the poet is going to attain the ordo originalis of biblical and theological writing. Here they are the places where Dante shows his purpose of overturning the platonic refusal of poetry — cause of its doubtful connection with truth — while aiming at transforming the volgare into the very language of philosophical knowledge, in whose sensus literalis we can discern universalia. We have here a gigantic phenomenon of shifting from the human word to a divine one: in it, historical and material individuality of the first is going to be defended in order to determine what we may define the first pattern of ‘metaphysical realism’. So I study the ways in which Dante shares the whole ‘earthly’ poetical tradition of previous and contemporary times, leading to the example of Arnaut who may represent the poetical key to a via salvationis which starts from the human «andar lacrimando» in order to obtain a language speaking «quasi come per se stesso mosso» and paired to the language of a new Adam. The whole universe of the senses is made speaking through the new language of sacrato poema, at last strenghtened onto the pattern of biblical writing which was eternally trusting more on believing than on seeing.
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Llengua: Italià
Document: review ; ressenya ; publishedVersion
Matèria: Divina comèdia ; Filosofia del lllenguatge ; Paraula humana ; Paraula divina ; Divina Commedia ; Filosofia del linguaggio ; Parola umana ; Parola divina ; Philosophy of language ; Human word ; Divine word
Publicat a: Quaderns d'italià, Núm. 18 (2013) , p. 65-78, ISSN 1135-9730



14 p, 131.0 KB

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